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"La falsificazione delle gemme, cosa (anche) d’altri tempi"
(Fonte 18Karati n.115 Febbraio/Marzo 2005 - Ed. Gold)

La falsificazione delle gemme non riguarda solo i tempi nostri, ma risale a molti secoli fa. A Milano, prima del 1488, risulta già severamente punita la falsificazione delle “pietre preziose”. In seguito, invece, la categoria dei produttori di gemme false venne addirittura ufficializzata e fu dotata di propri statuti.
            Nella seconda metà del Quattrocento, la corporazione degli orafi milanesi raggiunse il numero di circa 150 iscritti, e si preoccupò di stabilire le proprie regole, approvate nel 1468 dal duca Gian Galeazzo Maria Sforza. L’intento principale fu quello di proteggere gli iscritti dalla concorrenza di altre categorie, in particolare da quella dei produttori di gemme false. Milano era allora divenuta un centro importante nella falsificazione dei preziosi. La perfetta imitazione dei gioielli ingannò anche un celebre intenditore, il Re d’Inghilterra al quale, come sappiamo per l’autorevole riferimento di Benvenuto Cellini, fu venduto uno smeraldo falso ad opera di un orafo milanese.
            La falsificazione avveniva unendo due parti di cristallo: la parte superiore era naturale (smeraldo, rubino o altro) mentre la parte inferiore, nascosta dal castone, era un cristallo comune dotato di un’appropriata tinteggiatura. Le due parti, come dice il Cellini, vennero poi “appiccicate insieme, e appresso gli hanno fatto legare in oro con artifiziose e bellissime legature”.

L’iscrizione alla corporazione degli orafi, chiamata Università, comportava l’osservanza di rigide regole statutarie, non solo a tutela degli iscritti, ma anche dei consumatori. Doveva essere garantita, infatti, la qualità del prodotto. Ad esempio, la “bontà” dell’oro era fissata a 14 carati e le pietre, prima dell’incastonatura, dovevano essere esibite al cliente per evitare l’impiego di gemme false.